Spider-Noir

L’Uomo Ragno si contamina di nero ma rimane ancorato al cinecomic.

L’ennesimo adattamento dell’universo Marvel, Spider-Noir porta sul piccolo schermo il personaggio alternativo dell’Uomo Ragno creato da David Hine, Fabrice Sapolsky e Carmine Di Giandomenico per la quasi omonima miniserie Spider-Man Noir pubblicata nel 2009. In realtà la serie non è semplicemente la trasposizione del fumetto, ma ne prende il concetto di base e ne amplia la storia con elementi originali e propri.

L’operazione di contaminazione effettuata da Oren Uziel e Steve Lightfoot, rispettivamente showrunner e sceneggiatore, ha il pregio di mostrare cosa accade quando si prende uno dei supereroi più popolari della cultura pop e lo si priva quasi completamente degli elementi che lo identificano come tale – niente spettacolo supereroistico, niente celebrazione del potere – trasformandolo in un detective hard-boiled, pragmatico e cinico, capace di violenza e ironia, spesso guidato da un proprio codice morale.

Se a questo si aggiunge una dimensione esistenziale segnata dalla compromissione e dall’impossibilità di sottrarsi al sistema, in cui il protagonista non si limita a confrontarsi con un mondo corrotto, ma è intrappolato in esso, il risultato è una produzione in cui noir, pulp e cinecomic si compenetrano, costruendo una cornice quasi paradossale all’interno della quale si muovono i personaggi.

In questa affascinante fusione tra narrazione hard-boiled e pura energia da fumetto, Spider-Man, pur privato del costume, del supervillain e della dimensione spettacolare, rimane riconoscibile perché rimangono i suoi nuclei tematici –  il rapporto problematico con la città, la solitudine, il senso di responsabilità e di colpa – ma cambia il loro significato.

Così la colpa smette di essere la motivazione che spinge l’eroe a fare la cosa giusta e si trasforma in qualcosa che lo tiene legato al passato, allo stesso tempo la responsabilità che nello Spider-Man classico porta all’eroismo, in un universo noir diventa un peso, quasi una condanna. Da ultimo la città non è più semplicemente l’ambiente da proteggere, ma un sistema corrotto che intrappola il personaggio.

Questo è quello che accade a Ben Reilly/The Spider, protagonista della serie, che veste i panni dell’investigatore privato secondo il modello di Raymond Chandler, uno degli autori che più contribuirono a definire l’immaginario hard-boiled degli anni Trenta.

E sono proprio gli anni della Grande Depressione a generare non solo lo sfondo della vicenda e la sua estetica, ma a costituire le fondamenta dell’impianto narrativo. Questa scelta definisce la criminalità, rende plausibile la figura del detective e il suo rapporto con le forze dell’ordine, determina come The Spider può agire, stabilisce la concezione di giustizia e il tipo di violenza. Se nell’universo Marvel Spider-Man può intervenire dall’esterno come protettore della comunità, qui deve muoversi all’interno di una rete di istituzioni corrotte in cui i rapporti di potere sono sempre sbilanciati.

L’ambientazione noir diventa così lo strumento narrativo attraverso cui è possibile reinventare il personaggio, interpretato da un Nicolas Cage splendidamente pulp, capace di far vibrare ogni battuta. Tuttavia, la scrittura ne spinge la caratterizzazione a volte un po’ oltre, facendo emergere troppo l’attore rispetto all’universo narrativo, rischiando in alcune occasioni di trasformarlo in una caricatura del detective hard-boiled.

Si crea così una tensione interna: la serie vuole contemporaneamente essere un noir serio e giocare con l’immaginario pulp del genere. Lo Spider-Man di Cage è teatrale, quasi archetipico, ma in alcuni momenti la sceneggiatura sembra volerci ricordare che stiamo guardando Nicolas Cage nei panni del detective hard-boiled invece di lasciarci semplicemente dentro al personaggio.

Lo stesso vale per i personaggi secondari, costruiti su archetipi molto riconoscibili, alcuni dei quali funzionano meglio di altri. Su tutti spicca Cat Hardy (Li Jun Li), la femme fatale che non è semplicemente la donna seduttrice foriera di guai, ma cerca una via d’uscita da un mondo che la intrappola. Il percorso sentimentale Ben-Cat è tuttavia piuttosto convenzionale. A differenza del detective, però, Cat appartiene al noir molto più profondamente perché vive nella zona grigia fatta di compromessi e manipolazioni, sopravvivenza e tradimento.

Brendan Gleeson veste molto bene i panni del villain Silvermane, un antagonista funzionale ma non particolarmente ambiguo o tragico, che rimane troppo vicino al cliché del gangster da fumetto. Migliore di Silvermane, come antagonista, è sicuramente Flint Marko/Sandman (Jack Huston). Opera all’interno del sistema criminale, ma conserva ancora qualcosa di umano e il rapporto con Cat introduce l’elemento tragico, rendendolo contemporaneamente vittima e complice del sistema. In lui, la trasformazione fisica rende in modo visivo e letterale qualcosa che il noir solitamente traspone in modo psicologico: l’uomo viene progressivamente deformato dall’ambiente in cui vive.

Più interessante, invece, il personaggio di Robbie Robertson (Lamorne Morris), giornalista e amico di Ben, che introduce un tema molto caro al genere: il rapporto tra verità, informazione e potere. Il suo arco narrativo è ben scritto perché non si risolve in una semplice sottotrama criminale o sentimentale, ma dà vita ad un percorso parallelo a quello di Ben sul tema della responsabilità. A chiudere il cast di supporto sono Janet, segretaria di Ben, intelligente e sarcastica – forse il personaggio più convenzionale e prevedibile – e Megawatt, villain pulp decisamente troppo sopra le righe.

La serie si veste di noir, ma sembra non pensare noir, poiché se da un lato non mancano compromissione, ambiguità morale, impossibilità di modificare il sistema, personaggi costretti al compromesso, dall’altro, invece, mancano, almeno in parte, fatalismo, disperazione, claustrofobia e distanza tra verità e giustizia. Uziel sembra voler usare il noir per reinventare Spider-Man, ma nel momento in cui questa reinvenzione potrebbe davvero diventare radicale, torna a rifugiarsi nella struttura narrativa e morale del cinecomic.

Questo risulta particolarmente evidente nel modo in cui Spider-Noir costruisce l’universo narrativo, ma tende a risolvere i conflitti in maniera relativamente convenzionale e, quando arriva alla conclusione, preferisce la redenzione del protagonista alla logica fatalista del genere.

Questo, di fatto, è il limite maggiore dell’opera che si riflette anche nella regia. Pur dimostrando di conoscere bene il linguaggio del noir, la messa in scena non lo spinge a sufficienza nella direzione in cui lo spazio si trasforma in trappola. Utilizza alcuni elementi caratteristici come inquadrature oblique, primi piani ravvicinati, contrasto tra luci e ombre, ma raramente costruisce una sintassi visiva a partire da tali elementi. Al contrario, la fotografia funziona bene, perché la serie costruisce un mondo visivamente molto riconoscibile, ma la scrittura filmica non sempre riesce a trasformare quel mondo in un’esperienza percettiva altrettanto forte.

È proprio qui che viene meno il senso di oppressione claustrofobica tipica del genere, in cui il protagonista non ha via d’uscita dal sistema a cui appartiene. Nel noir, personaggi intrappolati dentro porte o finestre, o una profondità di campo capace di collocare minacce sullo sfondo, possono far percepire questa dimensione ancora prima che la sceneggiatura la spieghi.

Di conseguenza, in Spider-Noir, la città rimane spesso un ambiente da esplorare, più che una prigione da cui è impossibile uscire. New York è corrotta e pericolosa, ma non appare opprimente. Eppure, Spider-Man sarebbe il protagonista perfetto per una regia noir radicale. Un personaggio che si muove nelle ombre, compare dietro finestre, si muove sui tetti e attraverso grattacieli e vicoli. Tuttavia, la serie fatica a trasformare questi elementi in una vera e propria grammatica visiva.

Spider-Noir dimostra quanto sia fertile l’idea di contaminazione che sottopone Spider-Man alle regole del noir, ma quando arriva il momento di scegliere tra la radicalità del genere e la struttura morale consolidata del cinecomic, sceglie ancora quest’ultima. Ed è proprio lì che la serie, pur rimanendo una produzione solida e spesso affascinante, finisce per essere meno interessante di quanto avrebbe potuto essere.

★★★☆☆ Godibile