Masters of the Universe
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Un adattamento che non ha avuto bisogno di Skeletor per distruggere Eternia.

Ci ostiniamo a pensare che le storie possano sopravvivere a qualsiasi trasformazione. Cambiamo tono, cambiamo linguaggio, cambiamo valori, cambiamo estetica, e continuiamo a chiamarle con lo stesso nome. Ma le narrazioni non sono oggetti intercambiabili: sono organismi. Ogni mito nasce dentro un ecosistema culturale e simbolico che ne determina la forma. Quando quell’ecosistema viene alterato oltre un certo limite, la storia può continuare a esistere, ma non è più la stessa specie narrativa.

È ciò che succede alla nuova incarnazione di He-Man and the Masters of the Universe (Filmation, 1983-1984), portata sullo schermo da Travis Knight, che non riesce ad emozionare nonostante la colonna sonora di Brian May, e a fatica strappa qualche risata con la pretesa consapevolezza di un’autoironia che fa solo il verso a quella dell’originale.

In Masters of the Universe le difficoltà del film affondano già nelle sue premesse narrative, dal soggetto che rimuove la componente della maschera – eliminando fin dall’inizio la dialettica tra Adam e He-Man, che nell’originale non era un semplice espediente narrativo ma il dispositivo attraverso cui il mito metteva in scena il rapporto tra fragilità e potenza – alla sceneggiatura che procede a tentoni lungo un arco narrativo non originale costellato da siparietti triti e ritriti. Anche la regia sembra incapace di trovare un linguaggio coerente con la natura del mito: alterna spettacolo e comicità, interrompendo sistematicamente ogni accumulo drammatico prima che possa produrre un’autentica tensione emotiva, accentuando la sensazione di assistere a un’opera che non sa cosa vuole essere.

Questo fallimento avviene non perché la pellicola tradisce la nostalgia, ma perché dimentica che le forme narrative hanno una loro fisiologia, non sono semplici contenitori nei quali spostare personaggi e ambientazioni. Sono sistemi di relazioni. Se si modificano troppi elementi, ciò che resta non è un adattamento della stessa storia, ma un’altra storia che conserva soltanto i nomi. E allora Adam/He-Man si trasforma nell’eroe contemporaneo che deve continuamente esternalizzare le proprie emozioni, Man-at-Arms diventa il personaggio caduto in disgrazia che si alcolizza. E tutto si riduce a cliché.

Il caso di Masters of the Universe non è isolato. Sempre più spesso la narrazione contemporanea sembra confondere la reinterpretazione con la ricodifica. La prima interroga il mito; la seconda lo sostituisce, mantenendone soltanto la superficie.

La forza della serie originale di Masters of the Universe derivava da un equilibrio particolare, costruito su personaggi archetipici che esprimevano polarità morali nette secondo una logica apertamente manichea, in cui l’eroismo diventava simbolo e l’ironia, pur presente, non rompeva la tensione narrativa, ma la esaltava. La pellicola di Knight, invece, trasferisce quella specie narrativa all’interno dell’ecosistema contemporaneo in cui cinismo, introspezione psicologica, decostruzione, realismo e ambiguità permanente forzano l’originale fuori dal proprio habitat. È come prendere un orso polare e metterlo nella savana.

Le storie non possono sopravvivere a qualsiasi trasformazione. Alcune cambiano, altre evolvono. Altre ancora, semplicemente, cessano di essere ciò che erano. Il problema non è che Masters of the Universe sia stato reinterpretato. È che, nel tentativo di adattarlo a un ecosistema che non gli appartiene, si è smarrita la forma narrativa che aveva reso quel mito riconoscibile. Non tutte le evoluzioni sono un progresso. Alcune sono semplicemente estinzioni. L’uomo più forte dell’universo è sopravvissuto a Skeletor. Non alla ricodifica.

★☆☆☆☆ Estinto