Un crudo spaccato dei sobborghi romani che cerca di colpire duro, ma non convince.

Un crudo spaccato dei sobborghi romani che cerca di colpire duro, come il morso di un pitbull, feroce e impietoso, ma non convince fino in fondo nella costruzione dei personaggi e nello sviluppo della narrazione. Garrone è bravo nel rendere il degrado umano in cui vivono questi semi reietti sociali, e di certo fa male, logora e fa pensare. L’impianto scenico sostiene bene questa idea di smarrimento, abbandono e isolamento, con un’ambientazione vetusta e fatiscente.

Marcello Fonte è altrettanto bravo a portare in scena il suo omonimo il cui dramma interiore però non riesce ad esplodere completamente a causa di una sceneggiatura che, purtroppo, non lo rende credibile fino in fondo. La ricerca del realismo colpisce, ma non affonda la sua presa nell’animo dello spettatore, zoppicando in alcune situazioni come la “resurrezione” del cane congelato e il post sparatoria che vede il Simoncino di Edoardo Pesce non all’altezza.

Il climax finale perde il suo effetto tra sogno e realismo, non dando ancora una volta, l’ultima, a Marcello la possibilità di farci immergere nel suo dramma interiore. Garrone, alla fine, sembra volerci tenere lontani da quella cruda e dura realtà che ci vuole azzannare alla gola.

★★☆☆☆ Non convince