Cape Fear serie tv

Quando la Nemesi diventa uomo.

Chi ha diverse primavere alle spalle non può di certo dimenticare il Cape Fear di Martin Scorsese, datato 1991. In quel secondo adattamento – preceduto dall’omonimo film di J. Lee Thompson del 1962, a sua volta tratto dal romanzo The Executioners di John D. MacDonald – Robert De Niro vestiva i panni dell’ex galeotto Max Cady e Nick Nolte quelli del suo avvocato d’ufficio Sam Bowden. A completare il cast, Jessica Lange e Juliette Lewis, rispettivamente Leigh e Danielle Bowden, moglie e figlia di Sam.

La serie non è un semplice remake del film di Scorsese, ma recupera necessariamente elementi del romanzo per poter adattare la storia a una produzione seriale, che richiede un arco narrativo più esteso e, di conseguenza, l’inserimento di sottotrame e personaggi secondari. Così Sam diventa Tom (Patrick Wilson), assistente procuratore, la moglie Leigh diventa Anna (Amy Adams), avvocato difensore di Cady, e la famiglia si allarga ai due figli Zack e Natalie. Ma ciò che distingue la serie non è tanto la reinterpretazione del materiale originale, sia esso cartaceo o cinematografico, quanto una serie di elementi che costituiscono le colonne portanti della nuova narrazione, a partire proprio dall’antagonista Maximilian Cady, interpretato da un superlativo Javier Bardem, inquietante al punto giusto.

Il personaggio che l’attore spagnolo porta in scena è meno animalesco dell’omonimo interpretato da De Niro. È calcolatore, manipolatore e acuto, sempre in controllo. Il terrore che suscita nasce dalla sua capacità di insinuarsi nella vita delle vittime più che dalla violenza fisica.

Il secondo pilastro che sostiene la serie è costituito dalla paranoia digitale. Questo è l’elemento più attuale e originale che, per ovvie ragioni, non compariva negli adattamenti precedenti, tanto meno nel romanzo. Hacking, intelligenza artificiale per clonare voci, sorveglianza digitale, social network, videogiochi e manipolazione dell’identità sono tutti elementi che rendono la tecnologia una vera e propria arma narrativa. Sembra che la serie voglia sottolineare come il male non entri più dalla finestra o dalla porta sul retro, ma attraverso gli strumenti che ormai fanno parte della nostra quotidianità.

Questo conduce al terzo elemento di reinterpretazione del classico: l’ambiguità morale fa ora da padrone. I Bowden risultano meno perfetti, hanno ombre e segreti che li rendono, in qualche modo, compartecipi di ciò che accade. Anche il motore narrativo viene adattato a una dimensione più contemporanea, spostandolo dalla semplice vendetta al trauma generato da una perdurante condizione di paura e incertezza, che rende impossibile a Tom e Anna il ritorno alla normalità. La vendetta di Cady passa dal piano fisico a quello psicologico, insinuando il nemico nella mente dei personaggi, soprattutto di Zack e Natalie.

Questo, unito a tematiche prettamente attuali – privacy, manipolazione dell’informazione, reputazione online, giustizia mediatica e continua sorveglianza – contribuisce a trasformare un thriller degli anni Sessanta in una riflessione sulle paure del XXI secolo. Ne scaturisce un’atmosfera inquietante e di continua tensione, molto ben costruita attraverso una fotografia cupa e il simbolismo nell’uso del colore.

Proprio questi ultimi, fotografia e colore, sono tra gli aspetti più pregevoli della serie, ma anche tra i più sottili da cogliere, perché non possiedono la stilizzazione esasperata di Scorsese, ma definiscono un linguaggio più realistico che accompagna la progressiva contaminazione e degradazione dell’universo dei Bowden. L’ambiente domestico di Tom e Anna, inizialmente dominato da luci naturali e toni caldi ma desaturati, si contamina lentamente con il procedere della serie: aumentano i contrasti, le ombre assumono sempre maggiore rilevanza all’interno della casa, rendendo gli interni progressivamente meno accoglienti.

Quando Cady compare, la fotografia perde equilibrio e introduce forti controluce, ombre sul volto, silhouette e luci di taglio, tutti elementi che contribuiscono a rendere Max un elemento intrusivo, estraneo anche a livello visivo. Scorsese usava il rosso in modo quasi teatrale; qui, invece, è impiegato con parsimonia, ma quando appare identifica sempre pericolo, violazione, trauma. Il ruolo cromatico più particolare, tuttavia, lo ricoprono gli schermi dei dispositivi digitali, che non testimoniano semplicemente l’uso della tecnologia, ma tendono, soprattutto nelle sequenze notturne, a illuminare il volto dei personaggi. Il digitale, da strumento narrativo, si configura così anche come strumento visivo: attraverso luce fredda e ombre, plasma letteralmente le fattezze dei personaggi.

Tutti questi elementi fanno di Cape Fear una serie ambiziosa che, tuttavia, non sempre riesce a sostenere il peso della propria espansione narrativa. Se da un lato la serializzazione permette di sviluppare maggiormente la famiglia Bowden, di alternare thriller psicologico e dramma familiare e di costruire un crescendo molto lento, dall’altro crea momenti di decompressione che non sempre aggiungono qualcosa, restituendo una sensazione di stasi.

Ne deriva un ritmo irregolare, nel quale in alcuni episodi la progressione della narrazione si interrompe per lasciare spazio a una lentezza che sembra preparare un cambio di equilibrio che però tarda ad arrivare. Si diluisce così quell’inevitabilità a cui i personaggi erano sottoposti – costretti entro i 128 minuti – nella pellicola di Scorsese. Il racconto diventa più realistico, ma meno inesorabile. E quando i personaggi hanno più tempo sullo schermo, gli sceneggiatori tendono a spingere sulla verbalizzazione dei conflitti interiori invece di affidarsi a immagini e comportamento, dando meno fiducia alla capacità di lettura dello spettatore.

È però proprio nella costruzione di Cady che emerge la differenza più significativa rispetto al film di Scorsese.

Nella pellicola del 1991 Cady incarnava una forza quasi sovrumana, una Nemesi che apparteneva al registro del mito. La serie, invece, contestualizza, spiega, motiva, razionalizza. È una scelta coerente con la serialità contemporanea, che predilige la complessità psicologica, ma in parte sacrifica quella dimensione archetipica che rendeva Max una presenza quasi sovrannaturale.

L’Ombra – in senso junghiano – invece di irrompere come principio del caos viene ricondotta a dinamiche sociali e tecnologiche. Il Cady di De Niro non apparteneva del tutto al mondo reale: era un personaggio che sfiorava l’allegoria. La sua capacità di apparire ovunque, la sua resistenza fisica e il modo in cui la macchina da presa lo riprendeva lo trasformavano quasi in una figura mitologica. Non era importante che tutto ciò fosse credibile, ma che fosse funzionale alla costruzione dell’incarnazione della Nemesi.

Da questo punto di vista, il Cady del 1991 è molto più vicino al vendicatore archetipico, una figura quasi demoniaca che torna a reclamare un debito morale. Di conseguenza, il film può permettersi l’uso di toni quasi espressionisti: la realtà viene piegata alle esigenze del mito.

La serie, dal canto suo, riporta Cady dentro coordinate psicologiche e sociali riconoscibili. Sostituisce il mostro quasi metafisico con il predatore sistemico: non più una forza del destino che assedia la famiglia dall’esterno, ma un individuo che sfrutta le crepe già presenti nel sistema socio-tecnologico. Bardem è inquietante, ma lo è come uomo, non come forza cosmica. La sua intelligenza e la sua capacità manipolatoria sono qualità spiegabili, che lo spettatore può ricondurre a una strategia.

È proprio questa spiegabilità che, paradossalmente, attenua il perturbante – in senso freudiano – a cui invece il film si avvicina maggiormente: l’irruzione di qualcosa che non dovrebbe esistere, ma che tuttavia è lì, davanti ai nostri occhi.

Il Cady di De Niro incute terrore perché sembra infrangere le regole della realtà. Non si sa dove possa arrivare e la risposta è sempre: un passo più in là di quello che si credeva. È una Nemesi che usa il mondo reale. Il Cady di Bardem incute timore perché sfrutta perfettamente le regole del mondo contemporaneo e ciò lo rende assolutamente credibile. È un uomo reale che sfrutta il mondo in cui vive come una Nemesi.

La serie Cape Fear rimane una produzione solida, capace di rivitalizzare il genere modernizzando il classico con intelligenza. Ma nel farlo lo diluisce e lo rende più spiegabile, perdendo inevitabilmente quella dimensione archetipica che ha reso il personaggio di De Niro così memorabile.

★★★☆☆ Consigliato