Sit-com cinica e a tratti grottesca che fa della diversità il suo punto di forza.
Irriverente e caustico ensemble che, nel suo approccio comico a importanti questioni sociali, cattura lo spirito di un’epoca, diventando la voce impenitente e senza paura di un’intera classe di lavoratori. Superstore – in attesa della sesta ed ultima stagione – diverte con interpretazioni brillanti e fa riflettere grazie alla messa in scena di tematiche reali, attuali, elevandosi al di sopra dei saldi nel reparto commedie mainstream. Gli episodi brevi (20-25min) non concedono riposo all’incedere delle battute e al susseguirsi degli eventi, mantenendo il ritmo sempre incalzante. Non c’è rischio di annoiarsi, perché ci si sbellica dalle risate, soprattutto quando la comicità è condita con una sana dose di sarcastico cinismo.
Ce n’è per tutti i gusti, come d’altra parte ci si aspetta quando si entra in uno di questi supermegastore. Così tra gli scaffali di Cloud 9 si muovono diversi stereotipi di lavoratori, dal manager incompetente ma bonario Glenn (Mark McKinney), guidato da una ferrea morale religiosa, alla caporeparto Amy (America Ferrera), acida e pedante con un matrimonio zoppicante, passando per Jonah (Ben Feldman), diplomato al college, socialmente impegnato e ultimo arrivato, vittima di nonnismo e scherno. A loro si uniscono Cheyenne e Mateo, l’una ragazza madre che non brilla per intelligenza, l’altro immigrato irregolare, egocentrico ed opportunista, con Garret, disilluso e sarcastico speaker dello store che si aggira tra le corsie in sedia a rotelle. Unico personaggio un po’ sopra le righe è Dina, vice manager rude e schietta che gode nel bullizzare i sottoposti.
Al pari della loro vita professionale, tutti i personaggi portano in scena l’estremizzazione del loro cliché e nel farlo risultano del tutto politicamente scorretti. In questa parodia dell’alienazione lavorativa, dove non esistono diritti e la sede centrale comunica solo attraverso conferenze via telefono, i commessi trovano però modo di sopravvivere alla loro giornata: improvvisano partite di football, prendono in giro i clienti e discutono degli argomenti più svariati, ricordando alla lontana quei due altri commessi di un grocery store nel New Jersey protagonisti di Clerks (Smith 1994). Come in ogni posto di lavoro, non mancano tensioni, ostilità e intriganti storie d’amore, tutti elementi che fanno da pretesto per affrontare tematiche sociali di grande importanza: diversità, disuguaglianza economica, rapporti di potere, razzismo, disabilità, sessismo, ambiente e altri ancora.
Superstore non si accontenta di ripetere se stessa di stagione in stagione, ma continua ad espandere la sua offerta di prodotti, aggiungendo delle corsie in cui si trovano elementi di altri generi. Non mancano momenti drammatici o da action movie sempre naturalmente impacchettati con la giusta dose di umorismo. Lo show avanza alternando episodi più leggeri, con esilaranti intermezzi che mostrano l’inciviltà e la maleducazione dei clienti, a episodi più sfacciatamente provocatori in cui la dirigenza assume un volto solo nel momento in cui deve combattere l’arrivo del sindacato. La serie continua ad evolvere al pari dei suoi personaggi che, con i loro sogni e speranze, cambiano il modo di interagire con il mondo che gli sta intorno così come quello stesso mondo continua a cambiare l’interazione con lo spettatore.
Allora il cast si arricchisce di nuove figure come Sayid, rifugiato siriano a cui è stato garantito asilo politico, portando a quindici il cast di personaggi ricorrenti. Quindici punti di vista differenti che radunati nel medesimo ambiente fanno scintille. La break room diventa così il teatro dove lo show raggiunge i suoi massimi livelli, in cui i diversi plot che si sviluppano in ogni episodio vengono mandati in rotta di collisione. Questo è il marchio della produzione firmata Justin Spitzer, una delle cose migliori che una commedia possa fare, ossia trovare una tipologia di scena che diventi una sorta di brand, qualcosa che nessun’altra produzione seriale sia in grado di riprodurre.
Tutte le scene in questione sono caotiche, come non potrebbero essere altrimenti, con tanti personaggi radunati insieme, ognuno con le proprie opinioni e la propria visione della vita, ma proprio per questo incredibilmente divertenti, piene di cuore e sempre caratterizzate da una vena di umorismo nero. Superstore non è solo una parodia della condizione lavorativa contemporanea, in cui si lavora per la paga minima e si fatica a sbarcare il lunario, ma è soprattutto uno spaccato grottesco e amaro su come gran parte della classe operaia sopravvive a cavallo tra gli anni dieci e gli anni venti del nuovo millennio, ricoprendo posizioni umili nel mondo del retail, per nulla gratificanti ma che, almeno, aiutano a pagare le bollette.